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Lassù nella Doc Isonzo

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Moraro è un paesino del goriziano che prende il nome da morar, che in friulano significa "gelso", data l'antica attività di coltivazione del baco da seta in zona. Murva è "gelso" in sloveno, ma Murva, dato che lavorava i bachi da seta, era anche il soprannome della bisnonna di Alberto Pelos, proprietario tuttofare, insieme alla moglie Renata, dell'azienda vinicola Murva di Renata Pizzulin.
Nata nel 2009, la prima vendemmia risale al 2011, si estende per 4 ettari vitati tutti all'interno della Doc Isonzo del Friuli con una produzione di circa 15 mila bottiglie.

Alberto, di formazione tecnica enologica, dopo aver lavorato per parecchi anni in una famosa cantina dei dintorni, ha deciso di mettersi in proprio e di recuperare i terreni di famiglia, che suo nonno aveva destinato ai seminativi. Moraro si trova nella parte più alta della valle del fiume Isonzo e le vigne sono racchiuse fra le marne del Collio e i terreni calcarei del Carso.
La nostra visita cominc…

LoveatTravel - Fast and Curious

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L’ora è fuggita… e muoio disperato… macché… semplicemente la inseguo e fuggo con lei!
14 giorni, 8 città, 8 aerei, 9 incontri di lavoro, plastic food aereo, Olanda India Cina nel piatto e nel bicchiere. Un continuo salire e scendere fra hotel taxi, pulmini, treni pneumatici auto elettriche, non manca neanche l’incontro con un pogo. E mal di schiena con agopuntura inclusa.
Già dal primo volo un assaggio di India con il curry nel cuore. Mulini a vento e biciclettelasciano il passo ad altre biciclette e mucche moto autobus in circolazione indefinita.


A Delhi con 45° si deve stare attenti a non ustionarsi solo muovendosi e, sembrerà strano, il piccante risulta meno “caldo”. Biryani a gogò (riso e verdure con pollo o altra carne oppure senza carne e più verdure) con yogurth e altreamene salsette bianche e rosse, ma pure arancio se fatte con carote oltre che con mille spezie, una più buona dell’altra. Tutto da raccattare con il naan, morbida focaccina-cucchiaio cotta nel forno tandoori, con o …

Humphrey. O del mangiare a Bruxelles, di musica indie e tanto altro

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Bruxelles è città che ti sorprende. Nel senso che non è sciantosa come Parigi, non ti richiama con ammiccamenti fashion come Londra, non evoca, non suggerisce, non promette. Poi ci arrivi, una breve fuga nel weekend, e ti incolla con le spalle al muro, che non puoi che dire, fra te e te o magari anche ad alta voce (tanto nessuno ti capirà): "Cavolo! Ma come mai non c'ero mai venuta?".


Ma più che porti domande, ti viene voglia di girare fare guardare. E allora cominci con qualche museo di rito, per proseguire con le strade e gli ampi viali pieni di negozi assai trendy, i palazzi, reali o meno, ma non per questo meno belli; poi le birrerie: come non fermarsi a La Morte Subite o a Moeder Lambic? E fra un assaggio di birra, qualche cartoccio di frites, le moules che non possono mancare, il museo della cioccolata e le pralinerie il tempo vola.


Una cena fuori dai classici giri turistici a Au Repos de la Montagne, un po' bistro e un po' graziosa osteria, un pranzo assai d…

Vino e storia: la Tenuta di Ghizzano

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Ci troviamo a 40 minuti da Pisa e un'ora circa da Firenze, immersi in un paesaggio toscano esattamente come ve lo immaginereste, prati verdi, file di alberi che risalgono dolcemente il crinale dei colli e, naturalmente, vigneti. Una Toscana forse meno nota, quella della campagna pisana, non ancora invasa come le città poco distanti dalle folle, ma che attira un buon numero di turisti che la scelgono come destinazione per le proprie vacanze "verdi", nel relax più totale.



Sulla sommità di una di queste colline, a qualche centinaio di metri sul livello del mare, un borgo, che pare uscito da una cartolina, con viuzze strette, ripide, gente che si muove a piedi scordando l'automobile e in questo borgo, Ghizzano, dal 1370 la famiglia Venerosi Pesciolini ha posto la sua dimora.



Vino e storia (di luoghi e persone che li hanno abitati) si intrecciano alla Tenuta di Ghizzano e nel 1500, quando da qualche decennio soltanto i galeoni spagnoli andavano e venivano per le ricche Amer…

La fame e l'inglese

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Inghilterra, York 1977, Luglio. Come ogni autostoppistache si rispetti ho molta fame e pochi soldi. Per far aumentare i soldi cerco di spendere di meno, dormire in sacco a pelo per non pagare neanche un ostello, fermare le auto per muovermi senza pagare mezzi pubblici per viaggiare (l’etimologia della parola auto-stop NON è incerta) e mangiare poco per far durare quanto più possibile i famosi soldi. Questo, ahimé, non fa che aumentare la fame.
Preso in questo loop sto guardando da alcuni minuti una vetrina di un panettiere-grocery in una stradina ciottolata di York scegliendo mentalmente qualcosa da comprare. Sì, York, quella della cattedrale con le vetrate fantasmagoriche, le Five Sisters che sembrano tutti gli appunti di Galileo e John Forbes Nash jr di Beautiful mind messi insieme ma a colori, quelle cose che ti fanno sentire piccolo di fronte alle meraviglie e così limitato… dalla tua fame.


Scarto tutto il pane a cassetta per toast (non ho evidentemente la macchina per toast nello za…

Quindi... ciccia?

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o anche dell’inveterata necessità delle cene scaccia-pensieri...

Eravamo tre amiche... a “Il Numeroundici” in Via San Martino 47, Pisa; tuttavia, anche in mancanza del bar e in assenza di caffè e coca-cola, sono sicura che Gino Paoli sarebbe contento di sapere che non sono mancate le profonde disquisizioni su anarchia e libertà, su individui e solidarietà, su speranze e possibilità... il tutto condito con una buona dose di “Perché...” (molto interrogativi) e “Sarà...” (molto dubbiosi).


Siamo sedute su delle panche in legno massiccio: la politica del locale prevede che sia il cliente a scegliere il tavolo e apparecchiare, per poi dirigersi verso l'enorme bancone-frigo in fondo alla sala e ordinare, dopo aver passato in rassegna le varie proposte a Km 0 scritte con del gesso colorato sulla grande lavagna a destra.
Noi, da buone amiche, decidiamo di partire con un primo condiviso, because caring is sharing, ma soprattutto perché le porzioni sono medio-abbondarti (vivaaa!!!) e non voglia…

A lezione di quinto quarto

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Io andavo bene a Italiano, ma non capivo niente di Matematica; i professori dicevano che scrivevo bene ma non mi applicavo e per questo non potevo riuscire a matematica. Così i mie genitori mi segnarono al Classico (ove c’era in effetti da segnarsi…) Da lì in poi tutte le volte che incontro i numeri mi confondo.
Ad esempio se si prendono i 2/4 anteriori della bestia  e si aggiungono i 2/4 posteriori con questo fanno 4/4 e, se ho copiato bene, questo fa 1. E lo diamo ai ricchi. Evvai, sembrerebbe che la bestia fosse finita, ma poi se aggiungo 4 stomaci e li do ai poveri, mi suggeriscono che ho il 5/4. Cioè 1 + 4  fa 5/4? Mah…


Sono andato giovedì sera a studiare ai Diavoletti dove c’era Leonardo Torrini, trippaio a Firenze. Ho provato a farmelo spiegare con dei piatti tondi, che è più geometria quasi piana che matematica, ma il mistero si infittisce.
Frazionando (eh eh..) la sinottica che collega la punta della lingua alla punta della coda passando come per una serie di volute di alambicchi…