Auguri da viaggiatore a viaggiatori

FUNA IL VIAGGIATORE ROMANTICONo selfies, no foodies, solo memories...

Tutti viaggiamo: nella nostra vita. Chi a piedi, chi in treno, aereo, Limousine, qualcuno si fa dare un passaggio. Lunghi pezzi diritti che si dimenticano, saliscendi che sembrano non aver fine, agli incroci si guarda cosa fanno gli altri.
Quasi mai cosa facciamo noi. Ma spesso incrociamo proprio noi stessi, stessi momenti di altri momenti, qualcosa che si ripete ma con qualcosa di cambiato: la luce, i tempi, l’affanno, l’attenzione, i capelli, eppure noi ci siamo. Ti ricordi?
A forza di guardare cosa fanno gli altri si sottostima il grande film che stiamo girando di sicuro da protagonisti. Ora più che mai, rapiti e rimbambiti da schermi che ci schermano.
Cosa di più nostro dei ricordi? Un propellente più che semplice nostalgia.
L’unica paura che ho è di smettere di viaggiare, qualsiasi viaggio. E l’unica cosa che può trattenerti dal viaggiare è la paura. E ora c’è Parigi. Che fare? Beh, facciamo un giretto proprio lì, poi vi dico.

1976 estate
E’ quella grande estate del '76, la fine del liceo e il primo balzo dovunque, interrail a gogò, un sacco di prime volte a raffica. Io e Nanni arriviamo a Parigi di notte, dal sud, e prima ancora dalla Spagna, proiettati su Olanda, Grecia, Jugoslavia. Prima notte a Parigi: non so chi di noi due fosse Lucignolo, ma sicuro quella era la città dei balocchi. Sono le 2 del mattino e sembra tutto aperto, le luci, le persone, c’è musica, traffico, si può mangiare e bere, nessuno sembra accorgersi che nel mondo dei provincialotti a quell’ora si può solo dormire. Il sonno dei giusti. I giusti certe volte si dovrebbero svegliare un po’… Entriamo nella giostra più vicina. Abbiamo fame (forse, boh…? Come si fa a non averne..) e ci facciamo il nostro primo hamburger (per me fortunatamente anche uno degli ultimi) in uno dei primi fast food europei: WIMPY (Il sig. Wimpy di Popeye, Braccio di Ferro, tradotto in italiano con Poldo, appassionato mangiatore di panini).
Cameriere vestite sgargianti, tavolino con jukebox personale, cibi e patatine come nei film. Usciamo elettrizzati. Nella avenue grandissima (altro che via Fillungo…) si cammina come dentro un kolossal e… stridore di gomme… splashpaf… dei mattacchioni centrano la mia schiena con un sacchetto di uova lanciato da una macchina.
La prima notte a Parigi della mia vita passa lavando la mia camicia militare usata del mercatino di livorno in una fontana e stendendola sul mio zaino arancione con armatura in alluminio, parlando guardando le stelle e aspettando l’alba sulla panchina davanti alla fontana, davanti alla chiesa che, giustamente, dorme.


1978 Agosto
Agilissimo come un gatto scendo da un grande carrello di coperte per cuccette, dove ho passato la notte, in un magazzino della gare de Lyon. Due custodi sobbalzano e io sgattaiolo via dicendo “Bonjour”.
Sono arrivato a Parigi in autostop dopo 36 giorni in Scandinavia, da capo nord, mi sento carico di avventura come un libro di Salgari. Voglio essere puntuale all’appuntamento con chi si fida di arrivare a Parigi da Lucca, prima volta da sola fuori casa, contando di trovarmi lì.
Non oso (ancora) farla dormire in sacco a pelo e allora vai con hotel a una stella nel Marais, lusso moooolto relativo, lampadari sofferenti che pendono storti, buchi nelle lenzuola. 
Ho indirizzi di ristorantini greci, algerini e tunisini in Rue de la Harpe e Rue de la Huchette. Faccio un figurone, anche se in qualche posto i camerieri sparecchiando la tavola arraffano e mangiano gli avanzi. Pur a ridosso di Notre Dame, non c’è granturismo ancora, e la mattina il selciato è disseminato di ubriachi e clochard con l’acqua che scorre a pulire i bordi dei marciapiedi.
Primi assaggi di cous cous e paste con miele fritto da tutto il nordafrica. I ristoranti greci che costano di più spaccano i piatti per richiamare i turisti, noi troviamo il nostro più “silenzioso”, piccolino (per 2 cuori basta una capanna, vero?), due scalini a ulteriore separazione dal mondo e si presenta il proprietario, il cuoco, la moussaka, il tatziki, la feta, i dolmades, beviamo l’indecifrabile retsina.
La mattina non ci manca mai il croissant e un cafè au lait comme il faut. A passeggio talvolta ci deliziamo con un flan alla crema, molto oltre qualsiasi budino, anche per il fatto che lo stai mangiando passeggiando per Parigi. Pranzo a uno di quei tavolini microscopici che solo a Parigi vengono usati per dar da mangiare a 2 persone: facilmente ci si innamora…per contatto.
Merenda forse con pan bagnat? O l’onnipresente baguette avec jambon et fromage? 36 giorni di rød pølse, pochissimi smørgåsbord, kalakukko e tante, tante sardine per risparmiare meritavano davvero!
E poi sempre in giro in quell’universo raccolto in una sola città, fino al tuffo nell’Africa nera: da una porticina entriamo in un quartiere–tempo-altrove. La Goutte d’Or è Africa pura. Tutto per gente come minimo abbronzata (politicamente parlando) se non nera come la pece (si dice così... anche se non ho visto mai la pece, ma mi fido): dai bordelli con richiamo in strada, agli alimentari locali ai parrucchieri che ti fanno il taglio di moda a Bamako. Colori e profumi narcotizzanti. Io e Monica siamo gli unici bianchi e in più con occhi azzurri. Nessun problema, solo non so chi guardava più stupito chi.
E via di nuovo dappertutto a piedi e in metropolitana, viaggio nel viaggio, quelle mattonelle bianche e greche blu, quel rumore lontano-vicino atavico come un tamburo, e quel vento dal vuoto che sposta l’odore dolciastro con retrogusto di gomma bruciata: eau de metrò.


1980 da febbraio a maggio, 100 giorni a Parigi
Come Napoleone, senza Waterloo ma anche senza servitori. Studio francese all’Alliance Française in Boulevard Raspail, classi miste con migranti di tutti i colori; alloggio in sub-affitto una stanzina all’Ecole Normale in Rue d’Ulm da Danilo che studia russo con me a Pisa, ha vinto una borsa di studio qui ma ne ha vinta anche un’altra in Bulgaria, dove ha anche una liason… buon per lui e buon per me. Posso fare con cautela colazione (son pur sempre un imbucato) e questo mi serve per levarmi un po’ di fame e portarmi via con nonchalance (sempre francese) una mezza baguette che sarà la mia cena con una delle mille scatolette di tonno Maruzzella che sono la mia dieta con fagioli De Rica in lattina. Indispensabile il coltellino svizzero (cantone francese?) che dal '76 è nella mia tasca ancora oggi per aprire cene e bottiglie.
Unici ristoranti abbordabili, ogni tanto, sono quelli cinesi. Il più abbordabile di tutti è in Rue Monsieur le Prince 7ème arr, 150 fr, 3000 lire, 1,5 euro. Atmosfera freddina (per quel prezzo non accendono certo il riscaldamento) e una serie di combinazioni a base di erbe, soia e maiale in pezzettini piccoli per le bacchette, filologicamente corretto per dire “sono andato al ristorante”. Point final.
Passo il tempo a leggere i menu a prezzo fisso fuori da tutti i ristoranti, alcuni li so quasi a memoria, ancora un po’ è come se li avessi mangiati… buonissimo quello dell’Escargot Montorgueil, bellissimo monumento gastro-storico vicino alle Halles. Indovinate cosa ci si mangia?
Il resto del budget è per le telefonate ogni 3 giorni a lei… che verrà e starà con me più di un mese. Si fiderà di nuovo ad arrivare con il Palatino alla Gare de Lyon contando che io sia lì.
Arrivo in ritardo. “O stronzino!” È il primo saluto fra il disperato e il liberatorio, meritato.



1986 novembre
Sono grande ormai, ora sono a Parigi per fiere di moto, 8 ore al giorno con la musica di The final countdown degli Europe, luci psichedeliche, caschi e poi ancora caschi. Oppure visito clienti, negozi di moto con l’odore di ferro e olio come certe mani che stringo (eau de moto) e con la gente che guarda le moto e sogna come davanti a menu a prezzo fisso. Fuori la solita meravigliosa grandiosa Parigi, la differenza è nei ristoranti. Chissà se esiste ancora il ristorantino cinese in Rue Monsieur le prince, ora mi rimborsano vitto e alloggio, non vado certo al Ritz (sinceramente il fascino decadente della singola stella è quasi irresistibile per me) ma per mangiare posso scegliere e vado da Androuet in Rue d’Amsterdam. E’ il confine naturale fra l’8ème e il 9èeme arrondissment, di sera atmosfera un po’ negligée, in giro molte prostitute… ma non ho dubbi: sotto, il negozio di uno dei più famosi maitres fromagers di Francia, forse più di 600 tipi di formaggi in un paradiso di profumi (eau de pied…) e sopra il suo ristorante, atmosfera vintage e camerieri in uniforme un po’ consunta ma in bianco nero come te li aspetti, drappeggi crema-oro alle finestre e ai tavoli, posate un po’ appannate ma quello che riluce è la scelta che cercavo: i 2 menu dégustation: 25 o 50 formaggi. Anche se sono modesto e scelgo quello da 25, il cameriere con un impercettibile rialzo del sopracciglio annuisce ma domanda: Vous attendez encore quelcun, Monsieur? 
No, sono solo, però alla tornata finale dei muffati (la quinta, si parte dai formaggi d’alpeggio e si scende fino alle complicazioni) avrò un colesterolo a 4 cifre, come se fossi molte persone.
All’aereoporto compro un vassoio di midollino intrecciato, pieno di formaggi. Arrivo a casa e dico "indovina cosa ho portato?" e Monica non mi guarda neanche ed esclama guardando Marco mentre gattona: "Ma... l’hai fatta un’altra volta!!??".


1988 Aprile
Stasera invece sono con 3 clienti e andiamo a St Germain des Près, al Petit Zinc, tutto art nouveau, a mangiare il grand plateau de fruits de mer, piramidale, imperiale, ostriche, baguette, burro, burro con aglio, coquillage a volontà come il Muscadet che scorre a fiumi. Dopocena tutti così allegri che ci rincorriamo montando sui tetti delle auto parcheggiate facendo l’imitazione delle moto da cross.
Il mio casco “da pilota” la mattina  dopo mi starà come 2 taglie sotto la mia e da allora non posso più avvicinare un piatto di ostriche. Meno male non mi è mai successo con la rosticciana!

1993 Ottobre
10, Avenue des Champs Elysées, il posto si chiama Pavillon Elysée, casa di Gaston Lenotre, un maitre patissier e uno dei guru de la nouvelle cuisine. Sono con un padrone e il nostro agente per la Francia, JC Parot, il migliore che abbia mai conosciuto, festeggiamo un affare importante e il ristorante è adeguato al successo.
Come nei films di James Bond i camerieri si affollano ma sono pronti a dileguarsi e a riapparire appena la tua testa fa un movimento che assomiglia ad una richiesta di servizio.
Il menu non era fuori alla porta, i prezzi sono un po’ diversi da Wimpy ma si sa.. i tempi cambiano, le mamme invecchiano, l’inflazione..
Prendiamo piatti con descrizioni particolareggiate da far invidia a Proust e un vino che dal tono di descrizione fra suadente e perentorio e il rotear degli occhi con seguito di sorrisi di intesa del cameriere inamidato credo sia molto buono, anche migliore di quello che con papà andiamo a prendere in damigiane a Coselli.
Breve attesa e a un certo punto si materializzano alle nostre spalle 3 camerieri, 3!, con 3 vassoi coperti, li posano davanti a noi e ad un cenno militare del maitre di sala tolgono fulmineamente e in perfetta sincronia il coperchio alzandolo sopra la testa come quando in formula uno i meccanici hanno finito il cambio gomme: "Voila!"; risposta: "OH la la!!" seguono brevi frasi di contorno (sempre a tavola siamo) di ripetizione dei particolari come se non avessimo capito il menu (vero…). Avremo ancora un paio di cambi gomme e un dessert indimenticabile.
Quando esco faccio un respiro profondo e guardo le stelle, le stesse di quando si parlava con Nanni del futuro e delle uova sulla mia camicia. Mi sto incrociando e posso fare i conti certo con una fortuna generosa. E un penchant senza ritorno verso le stelle lontane, quelle da raggiungere.

Ecco quello che volevo dire: guardare meglio se stessi deve servire per guardare meglio gli altri, che hanno gli stessi diritti a fortune generose. La fortuna dipende dalla volontà ma anche dal caso, e spesso il caso dipende anche da noi.
Questo vale quando pensiamo agli altri, di cui possiamo “aiutare” il caso, poi vale anche per noi. Noi, gli altri e la fortuna: un tutt'uno.

Talvolta non ci aiutiamo o dimentichiamo di farlo. Ci fermiamo. Basterebbe aprire il forziere dei ricordi e attingere. Non ci sono momenti brutti che tengano: basta crederci.
Un ricordo ci salverà anche dalla paura più disperata, come la fragola della storia Zen:

Un uomo stava camminando nella foresta quando s'imbatté in una tigre. Fatto dietro-front precipitosamente, si mise a correre inseguito dalla belva. Giunse sull'orlo di un precipizio, ma per fortuna trovò da aggrapparsi al ramo sporgente di un albero.
Guardò in basso, e stava per lasciarsi cadere, quando vide sotto di sé un'altra tigre. Come se non bastasse, arrivarono due grossi topi, l'uno bianco e l'altro nero, che incominciarono a rodere il ramo. Ancora poco e il ramo sarebbe precipitato.
Fu allora che l'uomo scorse accanto a sé una bellissima fragola. Tenendosi con una sola mano, con l'altra spiccò la fragola e la mangiò.
Com'era dolce!

Auguri di andare presto a Parigi , o nella Parigi che desiderate! Per ricordarla quando servirà.



Francesco Funaioli

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