A lezione di quinto quarto

Io andavo bene a Italiano, ma non capivo niente di Matematica; i professori dicevano che scrivevo bene ma non mi applicavo e per questo non potevo riuscire a matematica.
Così i mie genitori mi segnarono al Classico (ove c’era in effetti da segnarsi…)
Da lì in poi tutte le volte che incontro i numeri mi confondo.

Ad esempio se si prendono i 2/4 anteriori della bestia  e si aggiungono i 2/4 posteriori con questo fanno 4/4 e, se ho copiato bene, questo fa 1. E lo diamo ai ricchi. Evvai, sembrerebbe che la bestia fosse finita, ma poi se aggiungo 4 stomaci e li do ai poveri, mi suggeriscono che ho il 5/4. Cioè 1 + 4  fa 5/4? Mah…


Sono andato giovedì sera a studiare ai Diavoletti dove c’era Leonardo Torrini, trippaio a Firenze. Ho provato a farmelo spiegare con dei piatti tondi, che è più geometria quasi piana che matematica, ma il mistero si infittisce.

Frazionando (eh eh..) la sinottica che collega la punta della lingua alla punta della coda passando come per una serie di volute di alambicchi ho gustato e ascoltato la sua lectio magistralis (eh..il classico riaffiora come la muffa…) su Carpaccio di lingua, Poppa e Trippa fritte, sformatino di cavolo nero e lampredotto, Minestra di centopelli, Raviolo di lampredotto, Trippa alla fiorentina (non vi azzardate a metterci il parmigiano del tutto fuori della tradizione e anche dalla geologistica) e stracotto di lampredotto. In debita assonanza Quartini di sangioveto grosso o prugnolo gentile a profusione.



Se vi volete addentrare (è il caso di dirlo) nei termini:la lingua…beh è la Lingua, la Poppa è la mammella, poi i 4 moschettieri in ordine di apparizione: la Trippa (reticolo e rumine), l’omaso ovvero il Centopelli (dato in passato più come medicamento ai cani che non ai cristiani) e infine l’abomaso, il signor Lampredotto. La coda ve la mangerete poi quando andate a Roma (alla vaccinara). 




Ci potremmo perdere in miriadi di componenti che rendono l’idea di quanto la cucina povera (allora solo per i poveri) facesse attenzione al dettaglio per farne un universo di cibi a basso costo però gustosi e nutrienti. Buffo il dettaglio che “le trippe” in sé sono pure a basso contenuto calorico, quindi oggi possono sfruttare anche l’onda salutista, anche se questo non era di sicuro l’obiettivo dei poveri nei secoli, anzi.

Vorrei non aver capito quanto tutto questo è buono e ripetere la lezione (repetita juvant, aridaje…). Mi basterebbe un Bignami: il Panino. Ché a Firenze “un panino” significa solo “un panino con il lampredotto”, unica variante accettata: “bagnato”  o no con il brodo di cottura e le sue spezie. E se lo dice Leonardo Torrini c’è da credergli. E’ un Trippaio. E a Firenze, se sei un Trippaio, sei nella Storia di Firenze, in quella delle Corporazioni dove ognuno si occupava con dedizione e dignità professionale a quel qualcosa che teneva viva a tutti i “quarti” livelli tutta la gente, povera e ricca, che avrebbe dato fiato e penne alle generazioni future. Per quanto che era “ciccia” Trippai, Macellari Agnellai, Pollaioli, Barulli Trecconi e Strascini , Testai e Frattagliai. Parole, meravigliose. 
Parole non numeri.



Francesco Funaioli
(quello sulla sinistra, per intendersi...)

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